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7 luglio 2010

27 luglio 2010

Lo immaginavo piu’ drammatico, il risveglio, e, invece, mi sono alzato senza sofferenza (diversamente da quando ci si alza per andare al lavoro). Fuori era ancora quasi buio; il solstizio e’ passato. La valle era fumosa di nebbia. Colazione con te’ sul tavolo senza tovaglia. Cose da mettere a posto, doccino, e sono arrivate le 7.

Il solito tragico e angoscioso momento quando si spegne la luce e si guarda la casa prima di chiudersi la porta dietro di se’.
Il pensare se si e’ scordato qualcosa e dirigersi verso la macchina guardando i campi. Con la struggente sensazione del distacco.

Ieri sera la pausa, troppo veloce, con Romano e Luisa; sarei stato li’ tutta la sera a osservare il tramonto, ascoltare la capra disperata per il suo cucciolo uscito dal recinto, e scambiare idee sul mondo, inframmezzate e alimentate dai silenzi che ascoltano i pensieri.
Ma volevo e dovevo andare al cimitero, e loro hanno apprezzato, silenziosamente, il mio gesto. Ero in effetti stanchissimo e il caldo di Parma, il risotto a pranzo, e i 3 bicchieri di franciacorta alle 6 non hanno certo aiutato.

Il bosco mormorava leggero, e i cirri erano illumnati di rosa dal sole ormai tramontato. Voci venivano col vento da Pagazzano, e una macchina e’ passata dalla strada sotto.

Il viaggio verso Parma e’ scorso bene; in fila ma scorrevole. Bosazza alle 8 e un quarto, saluto veloce all’Ombri e alla nonna. La nonnina era tanto felice di vedermi, per un attimo mi ha abbracciato e fissato negli occhi e sembrava che non volesse piu’ distogliere gli occhi da me. Ma intanto erano arrivati quelli della pubblica, e lei doveva andare.

Poi il fresco dell’aria tiepida e la solita strada a piedi verso la stazione. Biglietto acqua cappuccio e brioche.

Il regionale Milano-Bologna e’ l’archetipo del regionale Trenitalia. Sporco e puzzolente, con i finestrini sigillati nonostante la dolcezza dell’aria fuori. Trovo fortunatamente una carrozza con i finestrini gia’ aperti e mi ci fiondo.

Gente con la valigia. Assopimento istantaneo e al risveglio riscrivo la lista delle cose da fare.

Sant’Ilario Reggio Rubiera Modena Castelfranco Samoggia Anzola Bologna.

Autobus per l’aereoporto. In uno spazio stretto si accalcano corpi.
Una grassa bolognese che evidentemente lavora in politica parla a voce altissima per tutta la mezz’ora di viaggio. Un veneto altrettanto vocioso racconta ad un parente al telefono che sta andando in aereoporto. Una nonna meridionale tranquillizza al telefono la nipotina che la nonna sta arrivando, che non si preoccupi. L’autobus fatica a farsi strada nella strada stretta in mezzo al traffico delle auto, e attraversa caotiche periferie.
Due anziane e magre, e bianche (turiste?) francesi si guardano attorno e ammirano la vitalita’ italiana.

L’aereoporto e’ un caos, ricorda gli inferi.

Al check-in una mostruosa fila ammassata e disordinata mi attende, fatta di decine di ragazzini in gita per Londra, contornati da mamme e papa’, che parlano al telefono e scattano foto.

La fila per i controlli di sicurezza e’ ancora piu’ mostruosa, e oltre a girare a serpentina nei nastri appositi, prosegue per tutto lo spazio della hall.
Dietro di me ragazzini toscani in gita con i genitori, alti 1,90, e dotati di protuberanze zainesche in ogni direzione, parlano a voce alta di cazzate e continuano a spingere e a prendermi contro. Una massa appiccicosa e stretta, con l’aria condizionata che non condiziona, mi sento quasi agorafobico.

A confronto del caos della sala prima della sicurezza, l’area degli imbarchi e’ silenziosa e vuota. Non c’e’ fila al gate.

L’aereo e’ freddo ma silenzioso e la testa sprofonda in un morbido cuscino.

Mi addormento quasi all’istante. Mi sveglia di soprassalto una tipa che mi sfiora passando nel corridoio, giusto in tempo per un buon te’ corroborante e un biscotto molliccio.

Tempo di scrivere.

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