L’arguzia universitaria

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Vi parlo del recepimento di alcuni articoli della legge Gelmini all’Università di Parma.
L’articolo 18 comma 5 prevede che all’attività di ricerca universitaria, indipendentemente dall’ente finanziatore, possano partecipare solo alcune figure. Sono escluse le seguenti:
1.      i collaboratori coordinati e continuativi
2.     i collaboratori occasionali
3.      i liberi professionisti
4.      il personale tecnico amministrativo a tempo determinato
5.      i titolari di borse di studio di ricerca bandite dall’ateneo in cui si svolge la ricerca
Il punto 5 comprende una gran quantità di persone che mandano avanti la ricerca e le convenzioni con enti terzi (pubblici e privati), questo perché fino ad ora gli assegnisti potevano avere contratti massimi di 4 anni (credo).
Il paradosso è che adesso si è scelto di abolire tutto il resto tranne gli assegni di ricerca. Il paradosso dei paradossi è che non si è indicato come passare da un sistema all’altro. Il paradosso al cubo è che il recepimento e la transizione funzionano così:
Premesso quanto sopra, nelle more dell’acquisizione di ulteriori chiarimenti Ministeriali, si reputa opportuno, onde evitare profili di irregolarità ed illegittimità, sospendere provvisoriamente l’attività deliberativa in riferimento all’attivazione delle procedure relative ai punti 1. 2. 3. 4. e 5. sopra indicati per la partecipazione ai gruppi ed ai progetti di ricerca e per lo svolgimento di attività di ricerca.
Per cui se stai lavorando ad un progetto già finanziato, da privati o da ministero (non importa) e per sfortuna ti scade il contratto durante la sospensione provvisoria rimane senza stipendio per un po’. Diciamo fino a quando lor signori decidono che si può passare ad un altra forma di contratto. Poi aspetti il bando, l’iter burocratico, etc. e magari fra qualche mese riprenderanno a pagarti.
Oltre ai paradossi c’è la presa per il culo perché la legge prevede l’abrogazione solo delle borse così dette Post-Doc:
Gli uffici stanno approfondendo la problematica anche con il MIUR al fine di verificare l’“univocità” e la “perentorietà” dell’intervento “limitativo” del legislatore sulle borse di studio, anche alla luce della circostanza che ai sensi dell’art. 29 della legge recante norme transitorie e finali, risultano oggetto di espressa abrogazione le sole borse post dottorato.
E allora perché la devi menare anche a tutti gli altri borsisti?
Ci sono altri paradossi:
La legge prevede che una delle figure che può fare ricerca in un Ateneo sono i dipendenti di altre amministrazioni pubbliche, di enti pubblici o privati, di imprese, ovvero a titolari di borse di studio o di ricerca banditi da tali amministrazioni, enti o imprese, purchè sulla base di specifiche convenzioni e senza oneri finanziari per l’università ad eccezione dei costi diretti relativi allo svolgimento dell’attività di ricerca e degli eventuali costi assicurativi. Ora, io mi chiedo quali siano i costi per l’università nel momento in cui una convenzione istituita con privati prevede il pagamento di tasse allo stato e di una percentuale trattenuta dall’Ateneo. In realtà è l’impresa che dovrebbe recriminare nel momento in cui lo Stato ipertassa l’investimento in ricerca.
5.      i titolari di borse di studio di ricerca bandite dall’ateneo in cui si svolge la ricerca
Qui sta un altro paradosso. Vuol forse dire che se io bandisco una borsa di studio all’Università di Palermo poi posso fare ricerca nell’Università di Parma? Facciamo contrabbando di borsisti?

Chicca finale: non si possono assumere parenti di professori o rettore fino al quarto grado compreso! Cioé fino ai cugini. Quindi se tuo zio è professore al Dipartimento di Fisica e tu sei un aspirante studioso degli affreschi rinascimentali, tu non puoi lavorare nella sua stessa Università. Geniale, speriamo che il gene della ricerca non esista…
Vaccamadosca!

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2 Risposte to “L’arguzia universitaria”

  1. G Says:

    Alluncinante. Ma questi non si rendono conto
    E tu ricadi in una categoria a rischio?
    Ci vorrebbe veramente una rivoluzione qui. Dico, che minchia si mette il ministero a definire cose del genere. La gestione del personale non sarebbe meglio lasciarla alle singole universita’, ognuna che si regoli come vuole?

    Capisco che, se il ministero e’ colui il quale finanzia le universita’, ha diritto a sapere come questi soldi vengono spesi e ad avere voce in capitolo. Ma che senso ha che rediga norme cosi’ restrittive?

    Semplifico troppo se dico che interesse del ministero dovrebbe essere che l’universita’, come “dipendente pubblico”, cioe’ ente pagato dalle tasse di tutti, faccia buona didattica e buona ricerca? In questo senso, il ministero potrebbe “solo” valutare la didattica e la ricerca, e lasciare le universita’ libere di pagare i propri dipendenti come vogliono, se vogliono anche in banane.

    E poi la faccenda che l’universita’ deve controllare che il ferramenta da cui compri un martello sta pagando i contributi ai suoi dipendenti. Allucinante

    Tutto questo potrebbe essere vero solo in un film comico sulla burocrazia. Non si puo’ accettare che sia una cosa reale.

    Non puo’ essere. Il mondo e’ complesso e’ pieno di cose da fare e inventare. Non ha senso perder il proprio tempo dietro insensatezze come queste. Altre sono le sfide a cui bisogna pensare.

  2. rochy Says:

    http://universita-parma.blogautore.repubblica.it/2011/02/25/niente-borsa-di-studio-a-tre-ricercatori/comment-page-2/#comments
    qui c’hai qualcosa in più. Vedrai che c’è sempre gente disposta a difendere i capi, vedi il Marco Trevisan che è in grado di ripetere all’infinito le stesse cose. Poi tira fuori 2 milioni di euro non si sa in riferimento a che cosa? Questi siamo noi. Italiani in cerca di un perché.

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