Acqua-qua-qua. Il bene pubblico economico.

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Secondo Luigi Marattin (responsabile (ex?) economico PD di Ferrara) l’acqua non è un bene pubblico. Perché? Per definizione un bene pubblico deve essere usufruibile da più persone allo stesso momento. Se produco un automobile allora non tutti possono usarla insieme, infatti l’automobile non è un bene pubblico. L’idea di automobile è un bene pubblico. Le idee, una volta rese note, sono beni pubblici (divago…). Quando un bene pubblico è prodotto non si può escludere gente dalla sua fruizione. Ora siccome ci viene detto che l’acqua potabile è scarsa (sostenuto dai referendari) , secondo Marattin l’acqua è soggetta a mercato, perché essendo scarsa si compete per ottenerla. L’acqua è una risorsa naturale, non è un’idea, ma ci si approssima, le acque pur essendo diverse per composizione sono in realtà molto uguali. Per lo meno, si possono distinguere in due categorie. Potabili e non. Poi ci sono anche i reflui, etc. Se consideriamo l’acqua potabile possiamo dire che tutte le acque sono potabili e, a volte sgorgano spontanee a volte sono captate tramite pozzi. Io credo che l’acqua potabile in Italia non sia scarsa, tutt’altro. Penso sia abbondante. Ovviamente ciò dipende da zona a zona, per cui il valore dell’acqua potabile in relazione a domanda offerta varia tantissimo di comune in comune. Ad ogni modo l’acqua si imbottiglia o si immette nell’acquedotto e arriva in casa. In genere le imprese private imbottigliano e proclamano le virtù dell’acqua. Il servizio pubblico invece immette nella rete acqua potabile. Secondo i miei canoni di non-economista la bottiglia d’acqua è un prodotto soggetto alle regole di mercato, l’acqua del rubinetto è uguale per tutti e arriva dallo stesso posto (sottoterra o invaso che sia). E’ uguale significa che è come l’aria, non si può distinguere l’aria che respira Tizio da quella che respira Caio, non c’è rivalità. Nel mio rubinetto c’è l’acqua che viene dallo stesso identico posto del mio vicino. Ci spassiamo il bus del gnao con la stessa acqua… Invece lui beve Rocchetta e io quella della Brita. Compriamo un prodotto.

Nel merito del referendum e delle norme che vuole abrogare sono molto più dubbioso. Non le conosco. Mi fido di Marattin. Il primo referendum vuole abolire la possibilità di rifarsi degli investimenti necessari a mantenere in efficienza l’acquedotto. A prescindere dal fatto che sia gestito da un ente pubblico o privato. Ora la situazione in Italia è che prima esistevano le aziende municipalizzate che si sono trasformate in Spa e gestiscono i servizi (Hera, Enia, etc.). L’apparato tecnico è quello delle municipalizzate, l’apparato amministrativo è sempre composto da personaggi legati a doppio filo alla politica locale. Se questa è la prospettiva di privatizzazione… No, grazie. Tra l’altro questi carrozzoni Spa servono ai comuni per smaltire i conti in rosso, mascherando così gestioni fallimentari della cosa pubblica. Era così anche decenni fa? I comuni erano tutti in rosso e indebitati fino all’osso?

Il secondo referendum non l’ho capito tanto… abolire la possibilità di rifarsi dell’investimento effettuato significa per forza gestire in deficit o può significare ripagare i debiti senza trarre profitto, cioé tenre le tariffe al minimo per poter rientrare degli investimenti, ma senza andare oltre, senza produrre dividendi per gli azionisti? Se la gestione fosse pubblica sarebbe una forma di tassazione proporzionale all’utilizzo dell’acqua (pago più l’acqua, l’azienda municipale ha dei guadagni netti che il comune può utilizzare per altri servizi). Da Marattin viene posto un po’ come aut aut. Il concetto, a mio parere, è quello che il gestore non deve guadagnarci per mantenere le tariffe il più basso possibile in relazione all’efficienza della rete.

Corollario: l’Italia è un paese anomalo. E’ famoso per le sue acque minerali. Per la quantità di etichette diverse. Ha senso? Se l’acqua potabile dovesse diventare scarsa e diventare appetibile sul mercato (ma non mi è chiaro come essendo monopolio naturale) sapremmo già a chi chiedere.

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9 Risposte to “Acqua-qua-qua. Il bene pubblico economico.”

  1. pev Says:

    in effetti la questione non è per niente chiara.
    sulla prima parte del discorso sono d’accordo. in montagna, di fianco a una sorgente, il mercato non esiste. nel deserto, di fronte a una bottiglia (o anche a un’intersa cassa, concedo), nasce il mercato.
    l’italia assomiglia molto di più a un posto pieno di sorgenti che a un deserto, a quanto pare. però la sorgente non è in casa e neanche di fianco, per cui un qualche tipo di servizio che renda disponibile il bene naturale acqua ci deve essere (non mi occupo del caso della bottiglia con l’etichetta che è un altro discorso).
    qui diventa una scelta politica e sociale (e anche economica di conseguenza). o l’ente pubblico è in grado di garantire la distribuzione dell’acqua ai cittadini, e allora la cosa è gestita tramite la contribuzione dei cittadini stessi. ma la storia mi pare dimostri che l’ente pubblico non ce la fa/non può/non vuole/preferisce di no/è un casino.
    allora entrano in gioco soggetti privati e/o a partecipazione mista e/o con azionariato, tutto quello che vogliamo. secondo me è corretto che questi soggetti si comportino secondo le regole economiche del mercato. allora casomai il cittadino è inculato perché l’acqua a casa sua la fa arrivare un soggetto solo che se ne può approfittare, e sarebbe corretto per creare un vero mercato che la facessero arrivare almeno in due per poter scegliere e creare la concorrenza. come la luce e il gas e il telefono, per dire (che poi facciano il cartello è un altro problema ancora). ma allora la questione non è quella posta dal referendum.

  2. rochyi Says:

    Sia in montagna che nel deserto servono acquedotti. Anzi in montagna ci può essere più scarsità d’acqua per una questione di ampiezza della falda, ma appunto dipende. Per me è perfettamente logico che trattandosi di una risorsa imprescindibile si tengano i prezzi dell’acqua al minimo, cioé si faccia in modo che il prezzo copra la spesa di mantenimento e non che generi ricavi extra. Dopodiché a me a Parma l’acqua non è mai mancata, né con la municipalizzata né con la partcipata (che mi sembra un paradosso). Se a Catania l’acquedotto non funziona sono cazzi dei catanesi che votano persone inguardabili nei loro consigli comunali.
    Ma poi si sta parlando di un monopolio naturale, per cui non vedo la libera concorrenza dove possa stare. Chi credete che vinca l’appalto per il servizio acqua a Parma? Chi vince da anni gli appalti per i servizi educativi? Chi per il trasporto pubblico? Io di questo finto mercato non so che farmene, se voi vedere mercato in queste cose… io non vedere.

  3. pev Says:

    d’accordo.
    però bisogna mettersi d’accordo.
    le questioni si affrontano partendo dalla buona fede, o dalla malafede perché siamo in italia?
    (la domanda non è retorica ed entrambe le posizioni sono lecite)

  4. rochyi Says:

    Partiamo dalla buona fede. In buona fede dico che su un servizio essenziale non ammetto l’utile, solo il rientro dei capitali investiti per il mantenimento della rete idrica.
    La question per me è anche se è legittimo mettere sul mercato i monopoli naturali, io dico di no, c’è poco o nulla da guadagnarci per la collettività.

  5. G Says:

    Marattin, da economista, usa termini tecnici dell’economia. “Bene pubblico” e “bene scarso” sono usati in questi termini. Da qui l’incomprensione che ne deriva.
    Scarsi sono tutti i beni per cui c’e’ domanda economica, cioe’ a cui le persone associano un valore di sollievo per un proprio stato di disagio, ma si tratta anche di beni che hanno un costo in termini di lavoro e investimenti per poter arrivare alla situazione in cui possono temporanemente annullare quel disagio. Sicuramente da altre parti ci sono definizioni migliori.

    E poi anche tu hai questo uso del termine “competizione” in termini baubau che spaventa il povero proletario veterocomunista, o anche catto. Sul “mercato” si realizza la forma piu’ pacifica ed efficiente di cooperazione sociale. Io lavoro, e scambio il mio lavoro con il lavoro di altri. Se per portare acqua dalla fonte a casa mia c’e’ bisogno di lavoro di altri, o di investimenti di risparmiatori, questo va pagato; se non sono povero indigente, da me. Se sono povero in una comunita’ civile gli altri (lo stato) mi aiutano a campare, e quindi a fornirmi anche di acqua.

  6. rochy Says:

    Non mi pare di aver scritto “competizione” da nessuna parte. Ad ogni modo non vedo appunto come il mercato possa sensibilmente migliorare l’offerta d’acqua in Italia. Non lo vedo. Vedo che il mercato introdurrà una serie di complicazioni, un’authority, una garante, una commissione per stabilire i prezzi, etc. Per contro penso che si possa sensibilmente migliorare la gestione pubblica. Anche perché da un lato ci dicono che bisogna consumare poca acqua, dall’altro il mercato vorrà venderne il più possibile riducendo i costi al minimo, dato che l’acqua non è scarsa, la manutenzione sarà una delle ultime voci negli investimenti, in compenso si farà marketing, pubblicità, ti chiameranno a casa… ti faranno l’offerta che non puoi rifiutare, assorbendo energie che si potrebbero rivolgere altrove.

  7. alephotography Says:

    Tanto per fomentare questa discussione…ho trovato questo video interessantissimo sull’acqua in bottiglia e sull’acqua del rubinetto…

    ma a parte questo…
    lo sapevate che Enia ha preso un appalto di distributori di acqua, come quelli del latte che si vedono qua e là, con l’unica eccezione che sarà distribuita gratis? Dalle 9 alle 20 tutti potranno usufruire di questo servizio, senza tirar fuori un’euro.

  8. alephotography Says:

    dimenticavo…acqua potabile. Dalle 20 alle 9 verrà effettuato il risanamento dell’acqua e del distributore per il giorno successivo.

  9. rochyi Says:

    Praticamente sono fontane, direi…
    Ma non capisco il risanamento, devono rimpinguarlo? Sarebbe follia, forse è che cambiano i filtri per renderla più buona?

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